4.5 Antropomorfismo in Giappone: dall’animale all’androide

Di tradizioni antiche, popolari, simbologie, riferimenti alla cultura del paese come abbiamo visto, ce ne sono molte.

La nazione che, oltre alla Russia ,ha usato le rispettive tradizioni popolari è stata quella del Giappone.

In tal paese d’Oriente sono ricchi i riferimenti alla simbologia attribuita agli animali, è stato forse fra i primi che ha utilizzato, sia nei fumetti (in Giappone vengono denominati Manga) che nelle serie televisive e nei lungometraggi, l’antropomorfizzazione animale.

Infatti, anticamente nei templi giapponesi si raffiguravano sulle pareti figure religiose con sembianze animali.

A Toba Sōjō, un eremita buddista del XII secolo, è attribuito il più antico disegno di questo tipo, nel quale, cioè, compaiono animali umanizzati.

L’immagine riporta rane e conigli che si sfidano a sumō.

L’immagine riporta rane e conigli che si sfidano a sumō.

I disegni sono composti da quattro rotoli chiamati Chōjū giga (“rappresentazioni umoristiche di animali”), nei quali si mostrano gli animali come caricature contemporanee dei sacerdoti buddisti.

Questi rotoli sono considerati gli antenati dei Manga, una delle arti più nobili in Oriente al pari livello della letteratura, caratterizzati da uno stile grafico del disegno generalmente povero di dettagli rispetto allo stile americano, e riportando temi che sconfinano dalla fantascienza allo humor e all’eros. I manga sono il fenomeno culturale e commerciale più importante del Giappone, i quali vengono successivamente trasposti in animazione.

In questo caso, non ci interessa approfondire come si sia sviluppato l’anime (abbreviativo di animēshon, traslazione giapponese del termine animation ovvero animazione), bensì ci interessa come venne effettuato l’antropomorfismo in Oriente.

Uno dei primi approcci all’antropomorfismo animale si ha nel 1943 con uno dei primissimi lungometraggi di produzione nipponica, dal titolo “Momotaro” (“Momotarō Umi no Shinpei“) di Mitsuyo Seo, in cui il protagonista intraprende un viaggio assieme ad un cane, una scimmia ed un fagiano, completamente antropomorfizzati in invincibili guerrieri, con lo scopo di raggiungere un tesoro per poter salvare il villaggio di Momotaro.

Al fianco del protagonista vengono, quindi, proposti animali come amici dell’uomo, i quali insieme possono aiutarsi a vicenda, sviluppando in questo modo un tipo di antropomorfismo in cui viene espresso il significato ed il valore dell’amicizia.

Questo aspetto dell’antropomorfismo venne ripreso, in seguito, in “Kimba il Leone Bianco” del 1965 di Osamu Tezuka, che fu la prima animazione televisiva giapponese a colori che utilizzò animali antropomorfizzati per esprimere il  principio della “ipotetica” coabitazione del regno animale con la società dell’uomo.

Il leone Kimba, e prima di lui suo padre, cerca in tutti i modi di cambiare lo stato delle cose: vorrebbe donare a tutti gli animali della foresta un posto sicuro in cui vivere, liberi dalla paura degli uomini e liberi dalla paura derivata dalla convivenza, forzata, con quest’ultimi.

Tezuka mostra il suo grande interesse per il mondo degli animali: mentre Kimba cerca di comunicare con gli esseri umani, imparando il loro linguaggio e tentando di insegnarlo ai suoi amici a quattro zampe, mentre gli uomini non provano nemmeno ad avvicinarsi al suo mondo. Una lezione, quindi, di “non-civiltà” che dovrebbe far riflettere degli uomini.

“Kimba, il leone bianco” di Osamu Tezuka.

“Kimba, il leone bianco” di Osamu Tezuka.

Ben più poetico fu, invece, l’antropomorfizzazione dei personaggi che ci fornisce Hayao Miyazaki.

Sin dalla creazione di “Conan il ragazzo del futuro” si hanno, per così dire, approcci ad un tipo di favola denominata “anti-nucleare”, spingendosi successivamente verso un tipo di antropomorfismo magico con la realizzazione, nel 1988, de “Il mio vicino Totoro“.

Totoro è un animale, un po’ orso e un po’ gufo con i baffi da gatto, che inibisce le barriere tra l’essere umano e la propria fantasia, permettendo quindi una comunicazione tra due diversi mondi, una favola delicata e poetica.

Totoro stesso è anche la metafora della vita: con questo personaggio l’autore tocca le corde della fantasia, dell’immaginazione, del sogno, della curiosità, che appartengono ad ognuno di noi, ma che spesso, complice il passare del tempo, il lavoro, lo stress, ecc., si dimenticano o vanno perdute irrimediabilmente.

Immagine tratta da “Il mio vicino Totoro”, del 1988 di Hayao Miyazaki.

Immagine tratta da “Il mio vicino Totoro”, del 1988 di Hayao Miyazaki.

Altro personaggio partorito dalla mente di questo geniale regista è il “gatto-bus”, ispirato per la caratterizzazione grafica al gatto di “Alice nel paese delle Meraviglie” di Walt Disney, ma per il connubio di gatto e autobus si ispirò ad una credenza giapponese, secondo cui i gatti molto vecchi sono capaci di cambiare la loro forma a piacimento.

Nelle tematiche ricorrenti dei film di Miyazaki troviamo la relazione dell’Uomo con la natura, vista come contrapposizione anche feroce, ma che può ritornare armonia. Molto presente è la dimensione spirituale, presentando nei propri lavori creature mitiche e ultraterrene spesso prese dall’olimpo della mitologia nipponica.

Si nota anche un’attenzione particolare alla valorizzazione delle diversità culturali e delle specie.

Infine, possiamo riconoscere la presenza, nella maggior parte dei suoi film, di protagonisti bambini: la loro innocenza, contrapposta alla violenza degli adulti, li porta spesso ad avere il potere di riappacificare gli uomini fra di loro e con la natura.

Le tematiche di Miyazaki, oltre ad essere esposte nei dialoghi e nelle azioni dei personaggi, si concretizzano anche e soprattutto in celebri azioni, quali il volo, la contemplazione di un grande albero, l’incontro con creature antiche e possenti, manifestazioni di una natura che ha del divino.

Tuttavia, il più dilagante antropomorfismo che si ritrova nell’arte d’animazione giapponese riguarda la figura dell’ Androide, un tipo di robot antropomorfico che presenta somiglianze con l’essere umano.

Nel 1963 si hanno le prime apparizioni in bianco e nero del più celebre “burattino” androide del sol levante, noto in Italia con il nome di “Astroboy” di Osamu Tezuka. Molti autori di questo tipo di antropomorfismo fantascientifico definisco gli androidi come Humanoids, di cui gli esempi più comuni che si possono fare sono le serie televisive che scoppiarono negli Anni Settanta come “Mazinga” e “Atlas Ufo Robot Goldrake” dal celebre fumetto di “Go Nagai“.

Dai robot come mezzi pilotati dall’uomo si passa ad una vera e propria fusione dell’essere umano con la macchina, un elemento quasi costante nei film e nelle animazioni giapponesi, una tipologia di antropomorfismo che, per molti versi, rispecchia (ed in molti casi denuncia) l’inquietudine e la paura di un futuro dell’uomo dominato dalle macchine.

“Astroboy” di Osamu Tezuka.

“Astroboy” di Osamu Tezuka.

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