4.2 Antropomorfismo nella Letteratura

Gli artisti dediti nel campo dell’animazione non si fermano soltanto all’aspetto dell’antropomorfismo suscitato dalle favole e dalle fiabe, ma usufruiscono anche di romanzi ed in genere di tutti i racconti letterari, al fine di poterli riutilizzare in chiave animata.

Ciò che accade è il medesimo processo di cui a lungo si è parlato precedentemente.

La trama scritta assume una forma visibile ed animata, e vengono riproposti i difficili temi esposti nei racconti letterari, nei quali attraverso l’antropomorfismo attuato negli animali si esprime il complicato rapporto tra esseri umani.

La diversità e l’alienazione dell’individuo da parte della società, ad esempio, fu un tema che venne ripreso da parte di più scrittori e di seguito forniremo alcuni esempi.

Una delle visioni più tormentate la si deve ad uno scrittore boemo, Franz Kafka, il quale ha saputo rendere al meglio il concetto di diversità nel suo più celebre racconto: “La Metamorfosi“.

Kafka utilizza come figura protagonista un semplice impiegato, il quale all’improvviso, una mattina, si ritrovò trasformato in un orrido ed enorme scarafaggio. Nell’immaginario collettivo lo scarafaggio rappresenta una figura animale immonda, che incute ribrezzo e disagio, associato alla sporcizia e ad ambienti malsani, e ad un tipo di animale di per sé irrilevante per l’essere umano. Conseguentemente la figura dello scarafaggio non è altro che il simbolo di un uomo di per sé insignificante e di poco conto sociale.

La storia mette in evidenza il tema della diversità e dell’incomprensione manifestata sia nella società che all’interno del nucleo familiare.

La creatura, infatti, non è accettata dalla famiglia ed in particolare dal padre, che lo ripudia e lo isola nella sua stanza aspettando e sperando solo nella sua morte.

In questo romanzo, ma così come in tutte le sue opere letterarie, Kafka riversa episodi che appartengono alla vita reale, come il suo contrastato e difficile rapporto con il padre uomo severo e soffocante.

Il tema della Metamorfosi venne in seguito ripreso da Caroline Leaf, trasferendo il protagonista, Gregor Samsa, in versione animata, ed intitolando l’opera “The Metamorphosis of Mr. Samsa” nel 1977: l’animazione venne realizzata con la tecnica dell’animazione con della sabbia (comunemente denominata Sand Art, che approfondiremo nei capitoli successivi), la quale, mossa opportunamente su vetro, crea forme continue che si generano l’una dall’altra, amplificando, così, attraverso l’aggiunta di suoni angosciati, il dramma del personaggio.

“The metamorphosis of mr. Samsa” realizzato nel 1977 dalla autrice Canadese Caroline Leaf.

“The metamorphosis of mr. Samsa” realizzato nel 1977 dalla autrice Canadese Caroline Leaf.

Se nel caso di Kafka si parla di un antropomorfismo focalizzato sui rapporti interpersonali, George Orwell, dal canto suo, fornisce una visione più globale grazie al romanzo “La Fattoria degli Animali” (“Animal Farm” del 1944), definita come una favola in chiave parodistica della riuscita iniziale, del graduale tradimento e del successivo fallimento della rivoluzione sovietica.

La storia narra della rivoluzione degli animali nei confronti dell’oppressione esercitata dall’essere umano: lo spirito di rivolta riunisce ogni razza di animale, dalle mucche ai maiali,dai cani alle galline ecc, i quali riescono ad ottenere il controllo totale della fattoria, ma con conseguenti catastrofi.

Infatti, scompare la figura dominante dell’uomo, per far posto ad un maiale, che nella storia viene chiamato Napoleon, il quale, allo stesso modo dell’essere umano, impone leggi sugli altri animali (come l’uccidere chiunque non fosse stato d’accordo con lui).

Ecco che vediamo nascere, dunque, una delle frasi più celebri del racconto: “Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri“.

Si tratta, quindi, di una dimostrazione che qualsiasi rivoluzione non porta ad altro che a uno stadio di degrado sia umano che animale, in cui tutte le utopie che si cercano di trasmettere nelle propagande di rivoluzione portano solo altre tragedie.

Talmente tanti sono i riferimenti allo scenario politico e sociale in cui viveva l’autore, che l’opera fu considerata un racconto satirico sul comunismo sovietico, mostrando in sintesi l’elemento della morale, accumunandolo alle favole di tradizione.

Ci fu una versione animata da parte del britannico John Halas e Joy Batchelor del 1954 chiamata fedelmente “La fattoria degli animali“, considerato il primo lungometraggio in technicolor britannico, il cui finale è diverso dalla versione originale, più malinconico e di arresa sostituito con un finale di trionfo [1] : mentre in Orwell tutti gli animali osservano i suini traendo la conclusione che tra maiali ed esseri umani non c’è differenza, nel finale dell’animazione si ha un ulteriore rivolta da parte degli animali nei confronti dei maiali,sconfiggendoli.

La versione animata de “La fattoria degli animali” porta in luce un tipo di antropomorfismo legato alla satira politica: gli animali di fatto rappresentano protagonisti reali delle guerre vissute in passato, come ad esempio la figura del leader, del rivoluzionario, del politico che assume il potere ecc., anche se mantengono il loro stadio fisico d’animale, fatta eccezione dell’abbigliamento di alcuni di essi.

“La fattoria degli animali” scritta da George Orwell e animata nel 1954 dal duo Halas e Batchelor.

“La fattoria degli animali” scritta da George Orwell e animata nel 1954 dal duo Halas e Batchelor.

A proposito dell’ antropomorfismo di stampo politico, nel 1973 venne cominciata un’opera a fumetti trattante l’argomento dell’Olocausto, attraverso l’identificazione degli ebrei come topi e dei nazisti come gatti, oltre alla rivisitazione dei francesi visti come rane, gli americani come cani, i polacchi come maiali ecc.

Questo fumetto intitolato “Maus” di Art Spiegelman riporta fedelmente la tragedia subita dalla famiglia dell’autore ed in particolare del padre Vladek, protagonisti nella realtà che sono proposti in forma cartacea nel fumetto, senza però dimenticare i forti dubbi dell’autore nel trattare un argomento così delicato sottoforma di fumetto.

È anche vero, però, che tale esempio fornisce un ottimo spunto sul come certi temi, definiti complessi come quello del mondo politico, possano essere raccontati attraverso i disegni, senza l’ausilio dell’ironia, ma come semplice e fedele trasposizione della realtà.

Sottoforma, invece, di favola per bambini venne scritta nel 1949 “La conferenza degli animali” dallo scrittore tedesco Erich Kästner, attraverso la quale si affronta il periodo che segue la Seconda Guerra Mondiale, proponendo il trionfo della pace sottolineando, dal punto di vista animale, la continua tendenza dell’uomo al potere.

Gli animali in questo caso stanchi delle guerre degli uomini, nascondono tutti i bambini del mondo, fino a che i governi di ogni paese non la smetteranno di combattere gli uni contro gli altri.

L’animale, dunque, non manifesta un comportamento umano, ma esprime lo stato d’animo di ribellione contro l’essere umano, denunciando l’orrore delle guerre ed invocando la pacifica convivenza tra i popoli.

La conferenza degli animali” venne ripreso dall’animatore tedesco Curt Linda, realizzando nel 1969 il film animato tratto dall’omonimo libro, conservando la metafora dello spirito rivoluzionario contro il potere dell’uomo e del potere della pace tra le differenti razze, utilizzando gli animali che mantengono la propria caratteristica fisica, ma con il dono della parola.

“La conferenza degli animali” di Curt Linda, 1969, tratta dalla favola di Andersen, con fini moralistici di pace nel mondo.

“La conferenza degli animali” di Curt Linda, 1969, tratta dalla favola di Andersen, con fini moralistici di pace nel mondo.

A 35 anni di distanza, nel 2004, lo stesso tema venne ripreso dal francese Jacques-Rémy Girerd con il suo “La Prophétie des Grenouilles” (“La profezia delle ranocchie“).

Sia l’animazione di Curt Linda che quella di Rémy Girerd sviluppano il tema della pacifica convivenza tra i popoli.

In particolare, “La profezia delle ranocchie” è una favola sociale tragicomica che tratta questioni quali la tolleranza, l’ecologia, la difficoltà del convivere, i tormenti della dittatura, che s’ispira alla storia dell’Arca di Noè e dove alle storie di animali straordinari si accompagna anche una bella storia d’amore tra due bambini.

All’interno del granaio, trasformato in barcone dopo un diluvio, grazie ad un enorme pneumatico Michelin, ogni animale trova il suo spazio, una convivenza difficile ma possibile:

L’Arca rappresenta la Terra nel cosmo, l’intero pianeta concentrato in un unico piccolo punto – dice il regista – il minimo accadimento ha forti ripercussioni sulla barca e quindi sull’intero pianeta. Questa immagine ci ha permesso di creare qualcosa di molto potente e ricco basandoci su un concetto molto semplice”.

“La profezia delle ranocchie” del 2004 realizzato da Jacques-Rémy Girerd.

“La profezia delle ranocchie” del 2004 realizzato da Jacques-Rémy Girerd.

Se finora si è parlato, quindi, di antropomorfismo come elemento di diversità, di denuncia sociale, politico, e di convivenza, si ha, altresì, un noto romanzo che attraverso l’antropomorfismo celebra la crescita dell’essere umano.

Il romanzo in questione venne scritto da Carlo Lorenzini meglio conosciuto con il nome di Collodi con “Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino” scritto nel 1881.

In questa bella fiaba, scritta nell’800 ma dal contenuto ancora attuale, gli animali impersonano la saggezza (il grillo parlante è il consigliere di Pinocchio); le tentazioni ed i pericoli (il gatto e la volpe); la provvidenza (il delfino garbato e il pesce tonno); l’amore e lo spirito di sacrificio (Pinocchio che aiuta prima il cane e poi il nonno).

Il burattino-bambino, capirà finalmente l’importanza ed il valore di sentimenti quali l’altruismo e la solidarietà, l’amicizia e la compassione, ma anche il rispetto per le persone che gli vogliono bene come il nonno, la fatina o il grillo.

È conosciuto il film animato di Walt Disney del 1940, oppure lo sceneggiato televisivo a puntate trasmesse dalla televisione da parte di Luigi Comencini nel 1971 dal titolo “Le Avventure di Pinocchio“, ma ancora più famoso e fedele al testo originale di Collodi fu “Un burattino di nome Pinocchio” di Giuliano Cenci del 1972.

Cenci è riuscito a far sì che il suo Pinocchio avesse l’animo di un vero bambino, più che  un ingenuo monello che non riesce ad evitare le tentazioni che gli fanno scordare i buoni propositi (si veda ad esempio il Pinocchio di Disney).

Cenci ha pensato a come si sarebbe comportato un bambino vero o lo stesso burattino di Collodi in alcune circostanze, come, ad esempio, i mobili che appaiono molto più grandi, l’agitazione di quando si è “costretti” ad ascoltare chi è più grande di noi ed infine il comportamento sobrio e apparentemente severo della Fata che, nonostante faccia al povero burattino una giusta ramanzina, non lo giudica ma, anzi, le sue parole esprimono in realtà amore e comprensione, tanto che lo stesso Pinocchio avverte ormai di essere amato dalla dama dai capelli turchini, sentendosi ormai protetto ed in “famiglia”.

Nel celebre racconto si nota la capacità che ha di mediare tra grandi opposizioni come natura e cultura; tra la vita e la morte, tra gli animali e gli uomini; tra l’animato e l’inanimato.

Molte furono le rivisitazioni di questo racconto, e numerose furono le modifiche applicate alla versione originale di Collodi, come “La chiavina d’oro” (1939) del russo Putsko oppure il “Pinocchio nello spazio” (1965) di Goossens.

In sintesi, la versione di Cenci rimane ad essere quella più fedele al racconto italiano, ricco anche di quella poetica e di quel realismo che non vediamo comparire nella versione di Disney.

Il termine del racconto di Cenci fu:

Questo film è dedicato ai ragazzi di tutto il mondo, e a quegli adulti che, dei ragazzi, abbiano conservato la semplicità di cuore, il senso di giustizia, e lo spirito di fraternità“.

“Un burattino di nome Pinocchio” nella versione italiana di Giuliano Cenci.

“Un burattino di nome Pinocchio” nella versione italiana di Giuliano Cenci.

[1] Si può aggiungere che anche se in un tono di gran lunga più ironico, “La fattoria degli animali” si può ritrovare anche nel recente film d’animazione “Galline in fuga” del 2000 di Peter Lord e Nick Park, che progettano una fuga, poiché la padrona del pollame è insoddisfatta della loro produzione di uova, così che acquista una macchina per produrre pasticci di pollo. Sebbene sia letto in chiave più umoristica, sono riconoscibili i richiami al campo di concentramento di Auschwitz.

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