4.1 I maestri della morale nelle Favole e nelle Fiabe

Raffigurazione di Esopo.

Raffigurazione di Esopo.Nella tradizione occidentale la favola si lega indissolubilmente al nome di Esopo, narratore greco vissuto tra il VII e il VI secolo a.C. al quale si deve la nascita di tale genere e l'attribuzione come arte appartenente al genere letterario.

I suoi componimenti favolistici esprimevano allegoricamente il suo personale pensiero sull’essere umano, ponendo l’attenzione sugli animali come specchio riflettente dei pregi e dei difetti dell’uomo, con la presenza di situazioni di vita reale, sfoggiando i temi che vanno dall’astuzia all’inganno, dalla verità alla menzogna, dall’amicizia al tradimento, e così via.

Le favole di Esopo sono per lo più brevi ed essenziali a scopo educativo: da esse sono stati tratti anche dei detti che sono ancora oggi di uso comune, come “chi va piano va sano e va lontano” tratto dalla favola “La Lepre e la Tartaruga“, che dimostra, in sintesi, come si può perdere una gara sottovalutando l’avversario.

Questa favola venne ripresa nel 1935 per la creazione dell’animazione “The Tortoise and the Hare“, in cui compaiono Max la Lepre e Toby la tartaruga inserita nella serie delle “Silly Symphonies”.

Stessa cosa che accade per Starewitch, il quale riprese la favola de “La Cicala e la Formica” della quale esistono più versioni: quella di Esopo, di Fedro e di La Fontaine.

“La Lepre e la Tartaruga”, appartenente alla serie delle Silly Symphonies di Walt Disney.

“La Lepre e la Tartaruga”, appartenente alla serie delle Silly Symphonies di Walt Disney.

Nelle brevi storielle che Esopo racconta si ha una premessa o una conclusione moralistica, che spiegano il tema che tratta la favola stessa.

Nelle favole di Esopo la figura dell’animale è una figura allegorica, attraverso la quale veniva raccontata la realtà quotidiana; quindi gli animali erano una sorta di maschera, che umanizzati e dotati di una psicologia fissa esprimevano a piacimento critiche sul mondo politico in cui Esopo stesso viveva.

La schiettezza della morale e l’incarnazione dell’uomo attraverso l’animale permettevano, in conclusione, un approccio comunicativo migliore, evitando una situazione compromettente per l’autore nei riguardi della società.

Seguitamente fu la volta di un altro scrittore che seguì le stesse orme di Esopo, le cui favole furono create per mettere in risalto alcuni tipici comportamenti umani, ma soprattutto come denuncia sociale in un mondo crudo in cui dominavano i rapporti di forza tra gli uomini.

A Fedro, scrittore latino che come Esopo era uno schiavo, venne riconosciuto il merito di insegnante per i temi trattati nelle sue favole a sfondo pedagogico, ma soprattutto gli venne attribuito il merito di aver elevato la forma d’arte della favola come genere letterario in versi, che prima con Esopo era rimasta marginale nella cultura del suo tempo.

Tendenzialmente gli animali da lui proposti mostrano i difetti dell’uomo, come ad esempio il Leone che incarna la forza e la prepotenza, la Volpe quale simbolo di astuzia e ipocrisia, il Lupo che manifesta ingordigia, l’Asino caratterizzato dal comportamento di sottomissione o l’Agnello come simbolo del carattere mansueto.

Nei suoi racconti si ritrova l’espressione di un sentimento che alle volte passa dal pubblico al privato e alle volte si intreccia, in altre parole un punto di vista talune volte più oggettivo e altre volte più soggettivo.

Anche nei racconti di Fedro si possono ritrovare frasi celebri come in “La volpe e la cicogna” dove è chiaro il riferimento al detto “chi la fa l’aspetti“, trattandosi di una storia in cui la cicogna offesa per uno scherzo fattole dalla volpe, le riserva lo stesso trattamento.

Di carattere ben più politico sono “L’aquila e la Cornacchia“, dove si mostra che non c’è via di fuga dai potenti, oppure “La Rana e il Bue” che mostra le differenze dei ceti sociali.

È, quindi, evidente che in queste favole sono inserite sia riflessioni dell’autore stesso circa il periodo storico in cui è vissuto che le morali di facile utilizzo ed insegnamento per gli altri, metodologie di espressione che vengono riprese di continuo, sia per la creazione di un personaggio nei film animati che per la struttura dell’intera storia dei prodotti animati.

Il proposito di utilizzare gli animali non era dovuto, quindi, soltanto al fatto che fossero di immediata comprensione, ma era maggiormente dovuto alle ristrettezze del regime totalitario in cui gli autori antichi vivevano, ove non era semplice parlare in modo schietto e sincero e l’utilizzo di metafore e allegorie attraverso la figura dell’animale era un ottimo espediente per esprimere le proprie idee.

Essendo schiavi, sia Esopo che Fedro hanno trovato nelle favole il loro modo per trasporre i propri pensieri dovuti ad una situazione di repressione; mentre le favole di Esopo esprimono più una moralistica concettuale, sia positiva che negativa, quelle di Fedro sembrano quasi voler ispirare una sorta di rassegnazione del debole nei confronti del più forte.

Le favole classiche hanno avuto anche un altro celebre autore, erede di Esopo e Fedro, ovvero Jean De La Fontaine, autore francese del ‘600 le cui favole, espresse in versi poetici, hanno condizionato animatori di ogni tempo.

Per fornire alcuni esempi di come queste favole siano state più volte rielaborate, si possono citare: “Le Rane Vogliono un Re” utilizzato da Starewitch per la sua animazione con i pupazzi; “Il topo di città e il topo di campagna” scritto in precedenza da Esopo, da Fedro e successivamente rivisitato da La Fontaine, è stato riproposto  recentemente in chiave moderna e umoristica per l’animazione “Giù per il tubo” del 2006 co-prodotto dalla Aardman Animation e dalla Dreamworks; infine “Il gatto e la volpe“, i cui protagonisti sono stati riproposti nel famoso Pinocchio come figure umanizzate tentatrici e adulatrici.

Partendo da sinistra abbiamo una illustrazione de “Il topo di città e il topo di campagna” rivisitato in chiave moderna nel film animato del 2006 “Giù per il tubo” a destra.

Partendo da sinistra abbiamo una illustrazione de “Il topo di città e il topo di campagna” rivisitato in chiave moderna nel film animato del 2006 “Giù per il tubo” a destra.

La Fontaine ripercorse le stesse orme di Esopo e Fedro, in quanto anch’egli esprimeva il suo pensiero sul potere dominante in Francia attraverso le favole, con parole che nessuno ad allora aveva mai osato pronunciare, proponendo, dunque, un tipo di antropomorfismo di denuncia sociale attraverso il racconto di animali che incarnano le diverse categorie sociali presenti nella realtà in cui l’autore viveva.

In contrapposizione agli autori sopra citati ritroviamo i famosi Fratelli Grimm, i quali hanno utilizzato uno schema diverso rispetto alle favole e cioè furono, per la maggiore, compositori di Fiabe, che hanno per tradizione soggetti umani con proprietà fantastiche, come streghe, maghi, orchi, fate e così via la cui differenza rispetto alle favole abbiamo già accennato.

La tradizione delle fiabe ha origini ben lontane, formatesi attraverso le storie tramandate oralmente, e non essendo la tradizione orale una fonte propriamente attendibile ha spesso originato una mescolanza di racconti.

Il componimento fiabesco, caratterizzato da componimenti brevi e dal celebre incipit  “C’era una volta..” o “In un lontano regno..”, si concentra su avvenimenti e personaggi fantastici come fate, orchi, giganti e così via, distinguendosi dalle favole in cui la componente fantastica è generalmente assente e la narrazione ha un intento allegorico e morale più esplicito.

Inoltre, sempre al contrario delle favole, le fiabe presentano costantemente le due figure antagoniste del bene e del male ed un immancabile lieto fine, anche se, con il passare del tempo e con la loro costante rielaborazione, molti elementi di crudeltà e/o realistici venivano tralasciati o stravolti.

In relazione a quanto detto si può citare “Biancaneve e i sette Nani“( di cui il titolo originale era “Snow White and the seven Dwarfs) in cui originariamente la conclusione avveniva con la regina cattiva che, costretta ad indossare delle scarpette incandescenti di ferro, muore al matrimonio di Biancaneve tra atroci sofferenze.

Dal racconto dei fratelli Grimm è nato il primo lungometraggio animato della Disney nel 1937, realizzato interamente in stile artigianale con disegni e fondali dipinti ad acquarello e con l’ausilio della Multiplane Camera, cinepresa a piani multipli con l’obiettivo rivolto sui numerosi fondali, che servivano per far ottenere maggiormente un senso di profondità, visto e considerato che le opere precedenti non avevano personaggi del tutto realistici.

Anche la fiaba di “Cenerentola” subì variazioni rispetto alla versione originale, non riproposte, dunque, in animazione da Walt Disney nel 1950, dove la sorellastra pur  di infilarsi la scarpetta di cristallo si tagliò l’alluce ed il principe, assistendo alla scena, capì l’inganno.

Il lieto fine è un classico delle fiabe e non può essere altrimenti visto che è un genere comunemente rivolto ai bambini, anche se in origine rappresentavano un divertimento anche per gli adulti perché avevano grande importanza per la vita della comunità.

Questo genere letterario fu oggetto di studio da parte del noto ricercatore Propp [1] , il quale stilò le caratteristiche principali che costituiscono lo schema della struttura della fiaba e attribuì l’origine dei personaggi magici, costantemente presenti in questo genere, al fatto che le fiabe risalivano ad epoche in cui si svolgevano i riti di iniziazione di stampo pagano e/o religioso.

Oltre a fate e a maghi, o più in generale esseri umani dotati di poteri magici, le fiabe presentano, altresì, personaggi antropomorfi di origine fantastica, ovvero animali che hanno la facoltà di compiere qualsiasi cosa, nonché la capacità di saper parlare e camminare come un essere umano.

A quest’ultimo proposito la fiaba di “Alice nel paese delle meraviglie“, scritto da Lewis Carrol nel 1871 e trasportato nella versione animata dalla Disney nel 1951, ne è un ottimo esempio.

La storia vede come protagonista una bambina che fa il suo incontro con strambi personaggi appartenenti ad ogni tipologia del regno animale e non, i quali, sia nel racconto scritto che nella versione animata, si animano vivacemente assumendo comportamenti che vanno al di la della logica comune, come ad esempio il Bianconiglio, il Gatto del Cheshire o Stregatto, il Brucaliffo, la Lepre Marzolina e così via.

L’ambiente fiabesco è ricco di animali antropomorfi dai generi più disparati, che pur mantenendo la loro estetica animale sono presentati vestiti, colorati assurdamente, e si esprimono in gesta surreali nei confronti della stessa protagonista.

Naturalmente non manca il messaggio moralistico essendo intenzione dell’autore di mettere in risalto l’ipocrisia del mondo adulto, mescolando una buona dose di realismo e magia, logica e non-sense.

Si noti, tuttavia, come nel passaggio dal racconto di Carrol alla sua trasposizione animata, alcuni elementi vadano, per così dire, perduti.

Nella versione originale di Carrol compaiono altri animali non animati dalla Disney, come il topo, la tartaruga, la quadriglia delle aragoste, il leone, l’unicorno e altre soggetti, in più mancano altre sezioni del racconto originale.

Inoltre, un discorso che non viene affrontato nel film d’animazione Disney è quello più scientifico sullo spazio-tempo, che Carrol invece affronta bene nel suo libro poiché non era solo un narratore di storie, ma anche un matematico, quindi, da un’analisi più approfondita, il libro non era esclusivamente rivolto ai bambini. [2]

Immagine che fornisce il confronto del disegno sul Bianconiglio di Carrol con quello animato di Disney in “Alice nel paese delle meraviglie”.

Immagine che fornisce il confronto del disegno sul Bianconiglio di Carrol con quello animato di Disney in “Alice nel paese delle meraviglie”.

Tuttavia, i caratteri dei personaggi furono finemente curati come, ad esempio, lo stesso Stregatto, il quale presenta la caratteristica peculiare di apparire e scomparire in continuazione, caratteristica che deriva dallo studio e dall’osservazione del comportamento dei gatti da parte di Carrol. [3]

Immagine che raffigura lo Stregatto o gatto del Cheshire del film animato dalla casa Disney “Alice nel paese delle meraviglie”.

Immagine che raffigura lo Stregatto o gatto del Cheshire del film animato dalla casa Disney “Alice nel paese delle meraviglie”.

Rappresentato di continuo come un personaggio allucinato e strano, sempre sorridente, lo Stregatto è il soggetto che meglio rappresenta quella follia che bene o male caratterizza tutti i personaggi di Alice ( lo Stregatto è solito dire “son tutti matti qui“).

Si può tranquillamente affermare, dunque, che l’antropomorfismo in questo caso è accentuato su quegli aspetti umani di totale follia ed eccentricità. Ma non solo. L’autore, infatti, risalta al meglio le caratteristiche comportamentali di ogni singolo personaggio antropomorfizzato, trasferendo in quest’ultimi l’espressione di quell’ipocrisia dell’essere umano portato agli estremi (come precedentemente accennato), offrendo, dunque, una forte critica sulla società stessa in cui l’autore viveva.

L’apice di questo tipo di antropomorfismo si arriva ad ottenere con Hans Christian Andersen, il quale esprime attraverso le sue opere il conflitto sociale determinato in modo particolare dall’elemento della diversità. [4]

Il tema del “diverso” ha il suo estremo successo ne “Il Brutto Anatroccolo” e ne “La Sirenetta“, considerate inizialmente come favole dirette unicamente ai bambini, rivalutate successivamente, per i complessi temi trattati, come opere rivolte agli adulti.

“Il brutto anatroccolo” del 1939, appartenente alla serie delle “Silly Symphonies”.

“Il brutto anatroccolo” del 1939, appartenente alla serie delle “Silly Symphonies”.

In entrambe le storie vengono portate in primo piano i desideri dei protagonisti di ottenere una vita normale; l’antropomorfismo dei personaggi, infatti, è presente in chiave comunicativa per poter esprimere al meglio il desiderio del “diverso” di appartenere ed essere accettato dalla società in cui vive.

Non a caso questo tipo di storie vengono narrate a soggetti che hanno difficoltà ad integrarsi poiché diversi dal gruppo, considerando le loro diversità come un fattore che li divide dal resto del mondo.

Attraverso, ad esempio, il trasferimento dei sentimenti umani nel piccolo e brutto anatroccolo, si esprime al meglio la metafora del percorso della vita, ed il concetto che tutte le persone hanno un valore a prescindere dal loro aspetto fisico e da qualsiasi altra diversità.

Così nel 1931 Walt Disney decise di inserire, in versione animata, la storia de “Il brutto anatroccolo” nelle “Silly Symphonies“, in cui, però, le sofferenze del brutto anatroccolo sono notevolmente addolcite. [5]

Circa dieci anni dopo, Disney ripropose il tema dell’accettazione sociale attraverso il celebre personaggio di “Dumbo” (dumb in inglese significa stupido ma anche muto), tratto dal libro per bambini di Helen Aberson e Harold Pearl.

“Dumbo” che fa la sua entrata nel circo, da notare che in questa scena le orecchie sono legate.

“Dumbo” che fa la sua entrata nel circo, da notare che in questa scena le orecchie sono legate.

L’elefantino Dumbo è caratterizzato da enormi orecchie per il quale viene preso in giro. Scopre però che tali orecchie gli permetteranno successivamente di volare, esprimendo quindi al meglio il concetto secondo il quale i difetti talune volte si possono rivelare dei doni.
Oltre a ciò, vi è anche un altro dettaglio da non dimenticare: in genere l’antagonista dell’elefante è rappresentato dalla figura del topo, ma nel caso di Dumbo il suo vero ed unico amico è proprio il topo stesso, sfatando, quindi, in qualche modo il mito delle inimicizie che si possono creare tra razze di animali opposti.

Ad ogni modo, dai racconti di Andersen viene ancora una volta ripreso l’antropomorfismo come espressione di critica sociale da Paul Grimault, il quale produsse “Le Roi et l’oiseau” (“Il re e l’uccello“), iniziato nel 1952  successivamente ripreso nel 1967 e terminato nel 1980, con evidenti tematiche politiche in cui si esprime una buona dose di poetica libertaria (l’animazione infatti venne cominciata nel Dopoguerra).

Il soggetto protagonista è un uccello antropomorfo, che incarna il simbolo della ribellione contro un sistema opprimente governato dal re (figura rappresentante dell’essere umano dominante).

“Le Roi et l'oiseau”, scena nella quale vediamo l’uccello che trae in salvo i due malcapitati dalle grinfie del re.

“Le Roi et l'oiseau", scena nella quale vediamo l'uccello che trae in salvoi due malcapitati dalle grinfie del re.

Si noti, quindi, come il contesto sociale storico in cui viveva l’autore spicca come elemento integrante ed inserito nelle storie, sia scritte che animate, influenzando sia le caratteristiche dei personaggi sia l’intero svolgimento della narrazione.

Oltre all’antropomorfismo legato alla sfera sociale in maniera più ampia, fa la sua comparsa un tipo di antropomorfismo che si ricollega al tema sociale del nucleo familiare.

La fiaba de “I tre Porcellini” (tramandata oralmente e trascritta nel 1843 da Joseph Jacobs [6]) affronta, ad esempio, il tema della difficoltà della crescita in ogni suo stadio, incontrando le prime avversità.

La prima versione animata di questa favola risale al 1933, da parte di Walt Disney, il quale seguì perfettamente l’originaria stesura. Infatti, secondo gli storici dell’animazione, si trattò del primo caso in cui i personaggi dei cartoni animati avevano una propria personalità ben definita, differenziata ed esaltata il più possibile.

Le differenti personalità vengono ben rappresentate dalla costruzione delle casette dei tre Porcellini, usando paglia, legno, e cemento che rappresentano i tre stadi della crescita, dove in un primo momento si è più fragili diventando con il tempo sempre più forti e saggi.

Il successo di questa animazione fu dovuto anche al fatto che gli americani si sentivano rappresentati dai tre Porcellini del film, in quanto, così come loro con il Lupo, essi stavano combattendo contro la Grande Depressione, dalla quale gli Stati Uniti si stavano rialzando.

“I tre Porcellini” episodio appartenente alle “Silly Symphonies” del 1933.

“I tre Porcellini” episodio appartenente alle “Silly Symphonies” del 1933.

Il valore morale della crescita e della famiglia hanno il loro massimo esponente con il racconto dell’austriaco Felix Salten, il quale scrisse nel 1923 la storia “Bambi, una vita nel bosco“, riproposta in versione animata nel 1942 da Walt Disney intitolata semplicemente “Bambi“, il quale divenne sin dagli esordi un cult dell’animazione per i temi di alto contenuto morale.

L’intero film, infatti, è dedicato al tema della famiglia, alla forza di volontà del protagonista nel saper superare le perdite e al saper affrontare le problematiche che si incontrano lungo il cammino della vita.

Tuttavia, ciò che si propone in tale storia sono i sentimenti umani, con un’alta dose di realismo, rendendo, infine, l’intera storia rappresentata da animali molto vicina alla nostra realtà.

Un’immagine del lungometraggio “Bambi” realizzato nel1942.

Un’immagine del lungometraggio “Bambi” realizzato nel1942.

[1] Si veda il saggio “Morfologia della fiaba“(1928), dove l’autore si dedica alla classificazione delle favole, e il saggio “Le radici storiche dei racconti di fate” ove ricompone la genesi fiabesca.

[2] Lewis Carroll – pseudonimo di Charles Lutwidge Dodgson – (Daresbury, 27 gennaio 1832 – Guildford, 14 gennaio 1898) è stato uno scrittore, matematico, fotografo e logico britannico. In “Alice nel paese delle meraviglie” la corsa contro il tempo del Bianconiglio, la figura dello specchio come tramite di mondi diversi, il cappellaio matto che ha tentato di “ammazzare il tempo” finendo punito dal Tempo fermandogli così tutti gli orologi sull’ora del thé; sono tutti casi di massima espressione delle problematiche, di stampo matematico rivestite dalla fervida fantasia dell’autore, relative all’argomento del tempo.

[3] Si narra che lo stregatto di Carrol venne ispirato dai racconti popolari secondo i quali nelle campagne inglesi vi erano gatti invisibili.

[4] Nella biografia di Andersen emerge il tema del “diverso” che lotta per essere accettato, uno dei motivi dominanti dell’opera di Andersen.

[5] Il tema trattato venne ripreso anche in “Lilo e Stitch” del 2002 sempre della Disney, in cui si ritrovano espressi i valori morali della diversità e bisogno di integrarsi in un nucleo familiare.

[6] Si sottolinea che il patrimonio fiabesco mondiale è più ricco grazie all’opera di compilazione e raccolta portata avanti da Joseph Jacobs, e che le sue raccolte di fiabe, pubblicate tra il 1888 e il 1916, hanno costituito un grande contributo al tramandamento delle fiabe tra generazioni e hanno grande rilevanza in campo letterario, flokloristico e antropologico, ancora oggi.

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