1.4 Cohl e Starewitch, pionieri dell’antropomorfismo

Agli inizi del Novecento era molto comune che gli spettacoli fossero presentati da persone in carne e ossa, le quali disegnavano su di una lavagna i propri personaggi, i quali, oscurando la sala, si animavano.

Il primo artista che si può riconoscere in questa tipologia di tecnica fu Émile Cohl (1857-1938), il quale tracciò degli insegnamenti che ancora oggi vengono utilizzati. [1]

Il film d’animazione più celebre di Cohl fu “Fantasmagorie del 1908, realizzato attraverso 700 disegni che egli stesso ha fotografato separatamente, nel quale vi è un tripudio di oggetti che cambiano in un susseguirsi di disegni animati “trasformazionali”, basati, cioè, sul mutamento delle figure l’una dall’altra, cambiando solo impercettibili particolari.

Il personaggio principale che compare in “Fantasmagorie” è Fantoche, considerato come “l’antenato di Topolino”, una figura piuttosto elementare, costituita da un cerchietto, da gambe e braccia realizzate a bastoncino. Fantoche, che fece il suo debutto nel film “Le Cauchemar du fantoche” (1908), comparve in numerosi film animati di Cohl, utilizzando la figurina animata come protagonista di molteplici gag, immergendole in un costante ritmo di metamorfosi attraverso un groviglio di fantasie grafiche. La novità di Fantasmagorie fu, non solo la stupefacente “visione visionaria” di questi disegni, ma fu anche la velocità stessa e la sua fluidità, che potrebbe essere paragonata agli spot pubblicitari di oggi giorno, costituito, infatti, da disegni animati che durano due minuti.

Émile Cohl, insieme a personaggi del calibro di Reynaud, Meliès e Blackton, fu forse l’unico che resistette di più ai cambiamenti di tempo e di recettività del pubblico sperimentando un’autentica fantasmagoria di forme e stili in terreni non ancora esplorati dal cinema d’animazione.

Émile Cohl fu considerato, e lo è  ancora, pioniere dell’animazione, in quanto i suoi lavori spaziavano dall’uso dei disegni, di ritagli di carta (Cut-Out), pupazzi e altri materiali, le cui tecniche furono ritrovate e riportate in vita da Walt Disney e da Norman McLaren, che ne fecero un utilizzo con scopi assai diversi, come vedremo successivamente.

Émile Cohl e i suoi pupazzi.

Émile Cohl e i suoi pupazzi.

Tra i 300 film che realizzò Cohl, sono da considerare anche “Drame chez le fantoches e “Le baron de Crac sempre del 1908, eccelsi soprattutto per la loro composizione surreale; i suoi cortometraggi si distinguono per la vivace fantasia che li anima, facendo ricorso all’assurdo, con disegni che si animano da “soli” e per “l’umanizzazione” degli animali, un’idea che venne stereotipata nel corso del tempo e che sentiamo ancora viva oggi giorno.

Nove scene che ritraggono le mani dell’artista mentre disegna “Fantasmagorie” con il protagonista Fantoche.

Nove scene che ritraggono le mani dell’artista mentre disegna “Fantasmagorie” con il protagonista Fantoche.

Cohl lavorava sempre da solo, perciò le storie e le rappresentazioni stesse, erano semplici e privi di sfondo (anche perché il rodovetro, che permetteva di mantenere il solito panorama in più sequenze animate, non era ancora stato inventato), tuttavia le sue storie non perdono di significato, e il senso dell’ironia e della satira rimane inalterato. Durante la Prima Guerra Mondiale si dedicò ai film di propaganda, oltre che didattici e di documentario. Trasferitosi in America, tra il 1912 e il 1914, ebbe il suo approccio con la striscia quotidiana The Newlyweds di George McManus (striscia comica sui neosposi) realizzando la prima serie animata di cui il primo episodio fu “When he wants a dog, he wants a dog” basata sui personaggi del fumetto.

Anche se meno poetica e meno sperimentale, Cohl puntava tutto sull’ironia, comicità e azione; fu anticipatore dell’antropomorfismo animale, anche se ovviamente non aveva caratterizzazioni ben definite, in quanto le sue metamorfosi animate erano costituite da fusioni tra uomo e animale in continua trasformazione.

Immagine tratta “Le Cauchemar du fantoche” del 1908, nel quale comparve il personaggio di Fantoche alle prese con un tipo di personaggio antropomorfo di inizio secolo.

Immagine tratta “Le Cauchemar du fantoche” del 1908, nel quale comparve il personaggio di Fantoche alle prese con un tipo di personaggio antropomorfo di inizio secolo.

Tuttavia, ben presto per il cinema d’animazione europeo incominciò un forte periodo di crisi: l’America, con la sua massiccia produzione cinematografica, prendeva il sopravvento, tanto che i film animati di Cohl, infantili e semplici, non vennero più compresi dal pubblico che ricercava evidentemente delle novità nel periodo del Dopoguerra. Legato dal filo del destino a Meliès, l’artista visionario per eccellenza,; come quest’ultimo morì in povertà, a distanza di un giorno, nel 1938.

Altro animatore degli inizi del Novecento che, come Cohl, realizzava gran parte dei film animati interamente da solo, fu Ladislas Starewitch (originariamente il suo nome era Wladislaw Starewicz) (1882-1965).

Dopo i primi cenni da parte di Cohl sull’antropomorfizzazione degli animali, Starewitch si  interessò al mondo animale a tema entomologico, fu uno dei pionieri del cinema dei pupazzi animati, per lo più intarsiati nel legno.

La sua più grande produzione di pupazzi avvenne tra il 1911 e il 1919, tracciando così le basi per una attività tecnica artistica che pian piano si ritagliava un suo spazio del tutto indipendente nel mondo dell’animazione.

Starewitch si concentrò sull’aspetto della vita e del comportamento animale, proponendo, ad esempio, le avventure degli insetti in chiave umoristica.

Durante la realizzazione di un film scientifico incontrò le difficoltà della ripresa degli insetti vivi, i quali con la luce si immobilizzavano, così decise di prendere degli esemplari di insetti morti, e di aggiungergli delle zampette di ferro, potendoli così animare come preferiva. Ecco che nasce nel 1910 il primo film animato a pupazzi, intitolato “Lucanus Cervus“, affinando sempre più successivamente la tecnica con gli insetti imbalsamati.

Nel 1911 realizza, infatti, “La bella Lucanide“, storia che tratta di una battaglia fra scarabei per l’amore della bella coleottera Elena.

Ma “La vendetta del cineoperatore“, del 1912, fu un esempio lampante di come temi della vita quotidiana degli esseri umani, vengano ripresi e trasportati nell’animazione.

“La vendetta del Cineoperatore”,1912 di Starewitch, uno dei primi e più compiuti cortometraggi con gli insetti come protagonisti perfettamente antropomorfizzati.

“La vendetta del Cineoperatore”,1912 di Starewitch, uno dei primi e più compiuti cortometraggi con gli insetti come protagonisti perfettamente antropomorfizzati.

In quest’opera, infatti, viene messo in scena il tema il tradimento, con protagonisti una coppia di scarafaggi borghesi che, annoiati, hanno entrambi una tresca. Gli avvenimenti si susseguono nella vicenda con un notevole ritmo ironico, il cui svolgimento è enfatizzato da Starewitch, il quale ripropone un realismo sociale tipico dei primi Anni del Novecento.

La ripresa del buco della serratura, che effettua l’autore nel filma animato, non è del tutto occasionale: Starewitch, infatti, effettuò questo tipo di inquadratura come parodia dei primi melodrammi filmici, inserendo i temi del voyeurismo e dell’adulterio, elementi cardini del cinema muto.

Nel film animato “Natale degli insetti del 1913, sono giostrate con particolare maestria le movenze dei piccoli personaggi, realizzati con un’accurata attenzione per i dettagli, nel quale Starewitch mette in scena il tema dei giocattoli che prendono vita ed il tema delle festività: il pupazzo di natale si anima e si reca a donare i regali agli insetti ed alle rane che pattinano sul ghiaccio.

In “Le rane vogliono un redel 1922, realizza per la prima volta il tema della satira politica, riprendendo la favola di La Fontaine per esprimere i difficili anni di politica nei primi periodi del Dopoguerra, rappresentando la Divinità di Giove, a cui le rane si appellano per avere un re: Giove manda inizialmente un tronco di legno e successivamente infastidito dalle loro lamentele gli invia una cicogna che ne fa strage (nella realtà, infatti, le cicogne si cibano di rane, nota quindi da parte dell’autore stesso di ricerca e studio comportamentale dei veri animali).

Formiche, rane uccelli, topi e cagnolini sono gli animali prediletti da Starewitch, cosicché Marie Seton gli attribuì l’etichetta “Esopo del XX secolo“.

Proprio come nelle favole i suoi animali fanno di tutto: danzano, mangiano, bevono, guidano automobili e all’occasione esprimono concetti morali.

Riprenderà numerose volte favole di tutto il mondo: trae, ad esempio, dal commediografo russo Krylov una versione de “La Cicala e la Formica, riprendendo, con l’umorismo diretto dello scrittore, i vizi umani e in particolar modo l’incompetenza, l’arroganza e la stoltezza attraverso riferimenti di vita contemporanea, realizzando l’animazione nel 1913.

Sul filone Disneyano, invece, realizzò Fètiche, che sarà protagonista di cinque film, tra i quali l’ultimo fu “Fètiche e le sirene” del 1937, rivolto più ad un pubblico infantile, e quasi apprezzabile di più per le capacità tecniche che narrative.

Il cagnolino “Fètiche” di Starewitch, che ispirerà anche nelle epoche più vicine ai nostri tempi  moltissimi animatori di pupazzi.

Il cagnolino “Fètiche” di Starewitch, che ispirerà anche nelle epoche più vicine ai nostri tempi moltissimi animatori di pupazzi.

Fètiche mascotte” del 1933, racconta la storia di un cagnolino di pezza realizzato da una madre povera per la sua bambina malata. Il racconto si sviluppa sul desiderio del cagnolino di fare ritorno dalla sua padroncina e durante questo viaggio incontra altri pupazzi e oggetti che prendono vita e si animano quando gli umani non ci sono.

Tema che verrà ripreso quasi sessant’anni dopo per la realizzazione da parte di John Lasseter nei due “Toy Story“.

E sempre per stare al passo con la casa Disney, a Starewitch mancava solo di rapportarsi con il lungometraggio.

Realizzò, così, “Le Roman de Renard” (“Una volpe a corte“), suo unico lungometraggio, con evidente predilezione per i temi popolari.

Il lungometraggio venne cominciato nel 1926 e finito nel 1930, ma ci vollero altri mesi prima della sua realizzazione completa. Ispirandosi al romanzo di GoetheLa Volpe Reineke“, che si ispira a sua volta a storie medievali, la storia narra le malefatte di una volpe che crea scompiglio in un villaggio, ma che, grazie alla sua astuzia, la fa sempre franca.

Ecco, dunque, che artisti celebri come Starewitch utilizzano racconti celebri e storici di scrittori di fama, riproponendo anche le favole della tradizione e talvolta personaggi già precedentemente utilizzati; favole in cui, la cosa che più importava, era la morale, che daranno vita ad un susseguirsi di storie rappresentate da animali eccellentemente antropomorfizzati, un genere che durerà nel tempo e avrà la sua massima espressione nei nostri giorni.

[1] Ad esempio, disegnò otto figure per ogni secondo di pellicola, proiettata a sedici fotogrammi per secondo, con un risultato di movimento più fluido.

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