1.2 Persistenza della visione

Ancor prima della rappresentazione pittorica, l’uomo possedeva una cognizione visiva immediata e tangibile di ciò che lo circondava. Attraverso la vista, la mente ha potuto, dal momento della creazione dell’alfabeto, familiarizzare anche con i pensieri e la saggezza del passato, ponendoli in relazione con l’apprendimento ed il raziocinio del presente.

La persistenza della visione è un fenomeno che, come ha teorizzato Joseph Plateau, risulta essere la persistenza dell’immagine a livello retinico; l’occhio umano trattiene l’immagine per qualche frazione di secondo anche dopo che l’immagine stessa scompare dalla nostra visione reale. Il concetto di “persistenza retinica” in rapporto al cinema viene enunciato nell’opuscolo “Nozioni sul cinematografo di Augusto e Luigi Lumiére“, Silland, Lione, 1897.

Nel 1912 Max Wertheimer (fondatore della psicologia della Gestalt) con il saggio “Experimentelle Studien ueber das Sehen der Bewegung” (“Studi sperimentali sulla percezione del movimento“) ipotizza che le immagini in successione non vengono fuse nella retina, ma a livello superiore e chiama questo processo “fenomeno phi“. Nella Gestalt Theorie viene fatta successivamente l’ipotesi di un “corto circuito” tra le diverse aree corticali di proiezione delle immagini.

Osservando un filmato di animazione, dunque, anche se abbiamo l’impressione che le immagini siano in movimento, in realtà visualizziamo una serie di immagini in sequenza che sono fisse. È erroneo pensare, però, che la visione delle immagini in movimento sia causata grazie alla persistenza visiva, infatti avviene grazie al cervello che esegue, in modo non ancora del tutto chiaro, un assemblaggio delle singole immagini fisse.

Nel XIII secolo, Roger Bacon analizzò l’effetto delle ombre; fu ricordato anche come l’inventore della “camera obscura” che si fonda sul concetto di Aristotele, sul comportamento delle onde luminose quando vengono proiettate attraverso un piccolo foro.

Considerato il fondatore della ricerca sulla luce, fondò le basi e i  principi sull’ottica moderna.

Due secoli dopo, Leon Battista Alberti usò la camera oscura per i suoi studi sulla prospettiva, ma le diverse applicazioni vennero comprese solo con Leonardo Da Vinci. Quest’ultimo studiò come si formavano le immagini e il loro riflesso, l’occhio umano, i principi della visione, l’applicazione della camera oscura in relazione all’occhio. Ma fu solo con il XIX secolo che si ebbero i primi risultati concreti.

Quasi due secoli fa Joseph Nicéphore Niepce (1765-1833), a Chalons-sur-Saone, in Francia, inventò la Fotografia.

Da quel momento è stato possibile fissare su una superficie, attraverso mezzi fisico-chimici, immagini del mondo esterno: una ulteriore possibilità dell’uomo di ampliare le sue conoscenze.

I pensieri e le idee, registrati con segni simbolici ed alla fine espressi con segni alfabetici, erano, nel 1877, registrati da semplici tracciati su una superficie e poi riprodotti da Edison con il Fonografo.

Attraverso la fotografia conosciamo l’aspetto esteriore di oggetti assenti e le caratteristiche di paesaggi e luoghi lontani; il fonografo ci comunica i pensieri espressi da altri o porta nelle nostre case le melodie e le canzoni di grandi artisti che non avremmo altrimenti l’opportunità di ascoltare.

Ecco, infine, giungere una nuova meraviglia fisico-chimica: la pellicola cinematografica, la cui ambizione è riprodurre il movimento.

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